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domenica 18 giugno 2017

La classe disintegrata


Siamo consapevoli della disintegrazione del lavoro, siamo meno o per niente consapevoli della disintegrazione delle sue sedi. Avessimo questa consapevolezza parleremmo del rogo della Grenfell Tower di Londra pensando a quello della Thyssen Krupp, con tutte le responsabilità annesse, disintegrate anche quelle. Ecco perché serve non essere consapevoli, serve a una classe dirigente acefala perché la classe disintegrata non si riconosca. Serve una nuova coscienza di classe, una coscienza per una classe disintegrata.

sabato 17 giugno 2017

L'uomo e la maschera

Tra i numerosi filoni della ricerca artistica del Maestro Ezio Flammia lo studio della maschera è tra i più importanti nella sua cifra poetica. Maschere di carta e stoffa del teatro fliacico della Grecia del IV-III sec. a.C., maschere labirintiche realizzate con fili di ferro saldati per fusione elettrica, maschere di cartapesta, materiale di elezione di Flammia. Avere la fortuna e il privilegio di vedere le sue opere dove sono nate, nel suo laboratorio, è un'emozione che lascia senza parole mentre ci si perde tra i volti che le maschere mostrano e quelli che nascondono. Già, perché l'universo della maschera è continuamente ambivalente tra un dentro e un fuori, tra realtà e messa in scena. La maschera produce lo straniamento del contraddittorio, lo spaesamento quasi consapevole per cui più di quello che mostra conta quello che cela.

Arete regina, maschera fliacica.

La maschera nasconde il volto, lo protegge, consente al volto sottostante di assumere qualunque forma. Sotto la maschera la smorfia è libera. Ma se questo è il dentro di una maschera il fuori spaventa, allontana, affascina, attira. La maschera rende ridicolo il terribile, serio il fatuo. La maschera è membrana di transizione tra dentro e fuori. La maschera è terra di nessuno. E' la superficie di profondità abissali.

Diavolo-giullare, maschera medievale.

La maschera dà forma al nulla. Di tutti i significati cui la maschera rimanda quest'ultimo è a mio avviso il più rilevante. La maschera è forma intorno al nulla, è la forma del nulla. E' questo che inquieta della maschera. Il nulla diventa visibile e non lascia alibi alla razionalità ordinatrice. La farsa della razionalizzazione diventa evidente, è sotto gli occhi e ridere della maschera significa ridere della necessità del vuoto di farsi forma. In definitiva è ridere della necessità di esistere e di darsene ragione. Per questo il riso è liberatorio e imbarazzato. Il riso è portatore di una sorpresa interiore che non si coglie immediatamente. Il vuoto è lo scheletro della maschera. La maschera rivela che il nostro scheletro è il vuoto. Il terrore che dietro una maschera ci sia il nulla è più grande dello spavento che la maschera può suscitare. In questo disequilibrio risiede il potere apotropaico della maschera per allontanare il tremendo. E' un bluff, una scommessa al rialzo senza carte vincenti, nella speranza che il tremendo non accetti la scommessa e abbandoni il gioco terrorizzato a sua volta di quello che può trovare dietro la maschera.

Diavolo-giullare con lingua, maschera medievale.

Con le maschere labirintiche è l'ombra a esprimere forma e volume. Il non esistente dà forma all'esistente. E' un gioco inquietante. Se la maschera gioca con l'illusione di un dentro/fuori e mostra una superficie che nasconde l'insondabile, la maschera labirintica denuda anche questa illusione. Le maschere labirintiche sono maschere di maschere.

In questa pagina sono visibili alcune opere
di Ezio Flammia dedicate a Totò.

E' inevitabile davanti alle maschere labirintiche pensare a Teseo che seguendo il filo ritrova la via del ritorno. Qui seguendo il filo si finisce con il percorrere il proprio volto. E' un percorso che porta a sé stessi.

E' un incontro naturale quello tra Flammia e  Totò, maschera esso stesso, doppio che rinvia continuamente alla tragedia di cui il comico è superficie esposta.


Siamo uomini o caporali, dice Totò nel film in cui, più che in ogni altro, si compie la sua poetica. In quella poetica trova eco la "mistica della maschera" di Flammia. Il comico come dispositivo necessario per affrontare il tragico che c'è fuori e custodire il tragico che c'è dentro.


Il venerdì 23 giugno sarà inaugurata una mostra del Maestro Ezio Flammia: “Omaggio a Totò”. La mostra è nell’ambito della manifestazione Notti d’estate a Villa Laura” a Moiano (BN), patrocinata dal FAI. Ho avuto il privilegio di vedere le opere dedicate a Totò e molte altre. Cosa posso dire? Chi può andare a Mogliano per questa occasione ci vada, sarà sicuramente

Clicca sull'immagine per ingrandire la brochure della mostra

giovedì 15 giugno 2017

Trionfi

Il "trionfo" di Macron in Francia con il 48,7% dei votanti è l'epitaffio dell'attuale "democrazia". Metà popolo decide a maggioranza! Questo è il capolavoro di partecipazione che le oligarchie sono riuscite a portare a termine. Farsi eleggere a maggioranza dalla minoranza! Questa è l'essenza del sistema maggioritario. Berlinguer 35 anni fa denunciava il pericolo per la democrazia nella disaffezione politica, nella riduzione della partecipazione, quando l'affluenza elettorale che era ben più alta di quella odierna.
Sembra passato un secolo.

sabato 10 giugno 2017

Brevi note per chi ha smarrito la manca via

In ideale continuazione con alcune vecchie note mi torna in mente uno scambio di battute con una cara amica che tempo fa confessava che le istanze avanzate dai movimenti della cosiddetta destra sociale mettevano in difficoltà in suo essere di sinistra sul terreno della solidarietà. Capisco che ultimamente la distinzione tra destra e sinistra soffre molto per via di una molteplicità di problemi e processi storici che non sto neanche a menzionare ma se ci solleviamo dal pantano della attualità qualcosa si continua a intravedere.
Il concetto di destra sociale ha connotati storici molto precisi e i movimenti che si dicono di destra sociale si richiamano a quei connotati. Pertanto destra sociale è una contraddizione in termini, in altre parole un ossimoro. Quella destra si è sempre distinta per un orizzonte sociale che non va oltre quello nazionale. La destra liberista merita un discorso a parte perché l'impianto ideologico è differente. La socialità della destra sociale affonda le sue radici nella appartenenza alla stessa comunità, nella supposta condivisione di una etnia che non esiste, nel nazionalismo. In poche parole la radice della socialità della destra sociale è l'appartenenza tribale, il legame di sangue, un dato che si suppone naturale. D'altra parte uno dei connotati storici della sinistra è l'internazionalismo, poiché i confini su cui si consuma il conflitto sociale non sono quelli amministrativi delle nazioni ma quelli delle classi sociali che non esisterebbero più, un dato decisamente culturale. Le gravi degenerazioni del socialismo nazionalista, un altro ossimoro della storia, in Italia portarono all'affermazione della destra fascista prima e della destra sociale poi. Quando dici che prima o poi gli opposti si toccano!
Insomma, se scavi in fondo alle ragioni della destra trovi un elemento che si suppone voluto (!) dalla natura, se invece scavi in fondo alle ragioni della sinistra ci trovi un elemento determinato storicamente, un elemento culturale. Natura e cultura, altra diade su cui si sviluppa la dialettica tra destra e sinistra.
La socialità della destra sociale, se di socialità vogliamo parlare, è una socialità miope circoscritta alla sola comunità di appartenenza e che non si apre al resto del mondo, anzi lo esclude. Parlare di solidarietà in questi termini è una follia.

- adesso ti è chiara la differenza?
- non l'avevo mai pensata in questi termini!
- allora la sinistra è senza speranza.
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