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mercoledì 15 novembre 2017

Dolorose partenze

Noi salentini siamo viaggiatori riluttanti. Ogni partenza è un trauma natale che tocca pur attraversare! Nelle famiglie i racconti di viaggi sono spesso accompagnati da ricordi di povertà e di terre lontane e più generose da coltivare. Trasferte brevi che duravano una stagione, eppure dolorose da lasciare tracce nella memoria delle generazioni a venire, oppure trasferte dalla durata infinita, mai definitive, perché insieme alla partenza si accarezzava come il più amato dei figli l’idea del ritorno. Da queste terre si parte malvolentieri e si ritorna sempre. La storia del Salento, come di tanto Sud, non è storia di partenze ma di continui ritorni. Ogni viaggio è un viaggio iniziatico, un rito di ingresso in un nuovo mondo che ha come punto di arrivo esattamente il punto di partenza. E’ naturale che ogni iniziazione costi sacrificio e sudore, non solo dell’anima. E’ la stessa terra a chiedere un pegno di dolore, come tributo per il viaggio da intraprendere.

Prendiamo la stazione ferroviaria di Lecce per esempio, perché ogni partenza che meriti dignità di viaggio iniziatico si fa in treno, non sono ammessi altri mezzi di trasporto. La stazione di Lecce è un luogo concepito per rendere dolorosa la partenza, “ché a tacer tanto duolo è cosa dura, e poco ha doglia chi, dolendo, tace.” Quando si parte da questa stazione il distacco diventa lancinante anche perché le ferite dell’anima sono spesso sovrastate dalla fatica del corpo e resta nella memoria una feroce incertezza se faccia più male il cuore per essere dovuto partire o per aver dovuto prendere il treno per partire. Se la sventura vuole che il treno da prendere parta da un binario diverso dal primo, che si incontra appena dopo l’ingresso alla stazione, allora tocca fare una doppia rampa di scale per scendere nel corridoio sotterraneo e una per risalire al binario desiderato.

Alla stazione di Lecce le barriere architettoniche hanno la precisa e impeccabile funzione di rendere la partenza un evento più che mai doloroso. Niente scale mobili, nessun ascensore né carrelli elevatori. Ogni dettaglio concorre a rendere il distacco dalla propria terra un evento scioccante che lascia segni indelebili nello spirito e nel fisico non solo del viaggiatore ma anche dei parenti più stretti che lo avranno accompagnato alla stazione per gli immancabili saluti alla partenza e se la buona sorte ha voluto che gli amati parenti siano in età avanzata arrivano al binario addolorati per la partenza del caro congiunto e sfiatati per le amare scale che hanno dovuto percorrere di corsa. Non è uno scherzo riaversi dal trauma del distacco quando si parte dalla stazione di Lecce. E se i viaggiatori sono anziani, disabili o famiglie con passeggini, prendere il treno diventa soggetto per epiche narrazioni di erculee fatiche che si tramandano di padre in figlio per almeno sette generazioni. Un dolore incancellabile nella storia familiare anche perché quando parte un salentino, insieme a lui si muovono generi alimentari di lunga tradizione: vino, marmellate, pomodori e fichi secchi, tutto rigorosamente fatto in casa e accuratamente disposto in comode scatole di cartone approntate alla bisogna. E' uno strazio di inaudita crudeltà non poter portare con sé vettovaglie di sopravvivenza per gli ostacoli da attraversare prima di arrivare al treno. E' come se la stessa terra si opponesse all'esodo dei suoi prodotti e con essi a quello del viaggiatore. E' un'esperienza che chiede tempra, altrimenti che viaggio iniziatico sarebbe?

Alla stazione di Lecce tutto è pensato per il viaggiatore giovane, forte e in buona salute o per il viaggiatore perfetto, quello che viaggia leggero, ma noi salentini qualcosa da casa dobbiamo portarla con noi ed è facile che le nostre valigie si appesantiscano di sapori, odori e voci che ci portiamo dietro, insieme alla fatica che ci costa partire.

Matilde Surano e Antonio Caputo.

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lunedì 6 novembre 2017

Promemoria

Diciamoci la verità, adottando una visione disincantata dei sistemi politici possiamo dire che la democrazia è un discreto metodo per smorzare i conflitti tra le classi sociali.  La classe meno agiata potrebbe dire che la democrazia è utile alle classi agiate per tutelare i propri interessi evitando rivolte e sollevamenti. Anche la classe agiata potrebbe convenire sul punto e riconoscere la necessità di un patto tra le classi perché la tutela continui a essere efficace con beneficio di entrambe le classi: la classe agiata continua rimanere tale, quella meno agiata migliora le proprie condizioni di vita. Per un certo periodo questo patto c'è stato poi... lasciamo perdere. Comunque sia anche la democrazia ha le sue involuzioni, come ogni altro sistema umano del resto, ma quando farà ritorno l'imbecille proposta di introdurre una patente per votare ricordarsi di rileggere questa pagina di Antonio Gramsci.


Q13 §30. Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi. Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo di formazione degli organi statali è questo, che il «numero sia in esso legge suprema» e che la «opinione di un qualsiasi imbecille che sappia scrivere (e anche di un analfabeta, in certi paesi), valga, agli effetti di determinare il corso politico dello Stato, esattamente quanto quella di chi allo Stato e alla Nazione dedichi le sue migliori forze» ecc. (le formulazioni sono molte, alcune anche più felici di questa riportata, che è di Mario da Silva, nella «Critica Fascista» del 15 agosto 1932, ma il contenuto è sempre uguale). Ma il fatto è che non è vero, in nessun modo, che il numero sia «legge suprema», né che il peso dell’opinione di ogni elettore sia «esattamente» uguale. I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, che danno una misura e un rapporto e niente di più. E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie ecc. ecc. cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia «esattamente» uguale. Le idee e le opinioni non «nascono» spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica d’attualità. La numerazione dei «voti» è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che «dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze» (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. «Disgraziatamente» ognuno è portato a confondere il proprio «particulare» con l’interesse nazionale e quindi a trovare «orribile» ecc. che sia la «legge del numero» a decidere; è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi «ha molto» intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo «qualunque» anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale.

Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico, e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come «funzionari» dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al self-government. Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè una avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento «volontariato» nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere. (Queste osservazioni potrebbero essere svolte più ampiamente e organicamente, mettendo in rilievo anche altre differenze tra i diversi tipi di elezionismo, a seconda che mutano i rapporti generali sociali e politici: rapporto tra funzionari elettivi e funzionari di carriera ecc.). (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

lunedì 16 ottobre 2017

Domande

Questo è un post breve, rimando a una eventuale discussione ogni altra considerazione.

A proposito dell'ennesimo caso di stupro tempo fa sollecitavo questa riflessione in facebook: Diciamocela tutta, c'è un problema comune a tutte queste storie: sono maschi. Sono tutti maschi, maschi che pensano con il pisello, maschi che si sentono maschi se usano la forza, maschi che inneggiano alla forza come sola virtù, maschi impotenti che non saranno mai uomini. E poi c'è l'altra cosa comune, le vittime sono donne.

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Della vicenda di Harvey Weinstein, degli articoli indegni di Libero, dei commenti frustrati in fb, e via e via mi resta una sfilza di domande indirizzate essenzialmente agli "uomini", anche a quelli come Weinstein, e alle donne maschizzate. Che v'hanno fatto le donne? Che problemi avete con loro? Non riuscite proprio a perdonarle per avervi messo al mondo? E' vivere che vi sembra insopportabile o il fatto che dovete morire? Cosa avete di inconfessabilmente sepolto nelle vostre anime che non riuscite a perdonare a vostra madre?

domenica 15 ottobre 2017

TERRE!

Ho il piacere di presentare un progetto di grande respiro curato dall'amica Anna Chiara Anselmi, un progetto dedicato alle terre e alle molteplici voci che dalle terre sorgono e insorgono. Un lavoro polifonico che vedrà impegnati decine di artisti per un anno. Un viaggio nelle terre da pregare e in quelle da bestemmiare, una lunga cantica che comincerà sabato prossimo per (non) concludersi a luglio 2018.

Clicca sull'immagine per ingrandire. Contatto fb 
https://www.facebook.com/graficacampioli/
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Associazione Culturale Grafica Campioli

PROGETTO “TERRE!”

Volumi I-III (ottobre 2017-gennaio 2018)

A cura di Anna Chiara Anselmi Martina Dollase Valentina Montano

Terre a cui approdare dopo viaggi improbabili, terre da salvare o da lasciar bruciare, terre da assetare o dissetare, da cui tornare e dalle quali partire…Terre, ora che prendersene cura è l’unica possibilità che ci rimane…Più che un progetto un anno insieme, un anno per discutere, pensare, partecipare o semplicemente stare a guardare, ma stare. Un anno insieme a quanti ci seguono da quasi 40 anni e insieme a tutti quelli che a questa Terra vogliono restare ancorati eppure in movimento… Mostre d’arte, intervallate da incontri, lezioni ed eventi che si svolgeranno da ottobre a luglio nella sede della Grafica Campioli e non solo, che verranno pubblicizzate periodicamente e a step, ma, soprattutto, che verranno realizzate grazie alla disponibilità di persone che hanno deciso di donarci il loro contributo, il loro tempo o di regalare a tutti la propria arte ed il proprio pensiero.

Ottobre. TERRE Volume I: “Terre a cui approdare”
  • Sabato 21 ottobre dalle ore 17 in poi, Grafica Campioli in collaborazione con Foto Garage e Programma Integra: inaugurazione su due sedi della mostra “MI RICONOSCO, ME RECONOZCO”: fotografia e arte digitale di Judith America e Marco Valencia. Le loro opere ci parlano di incontro: l’incontro tra culture, popoli, persone diverse e che, a prescindere dalla provenienza geografica, dal background culturale, ecc., ci permettono di conoscere e riconoscere noi stessi. Si inizia alle ore 17 presso la sede di Foto Garage (via XXIV Maggio n.30, Monterotondo), per poi proseguire dalle ore 18,30 in poi alla Grafica Campioli (via V. Bellini n.46). A conclusione della serata, lettura di brani letterari e intervento musicale.

    Foto Garage è una nuova realtà sul territorio di Monterotondo, un’associazione autofinanziata di promozione sociale, che mira alla diffusione dell’interesse per la fotografia e il fotogiornalismo attraverso molteplici iniziative culturali. Foto Garage nasce da un’idea da Danilo Garcia di Meo, specializzato in Grafica e Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.

    Programma Integra è una società cooperativa sociale integrata, il cui scopo è attivare e sostenere i processi di integrazione sociale di migranti e rifugiati. All’interno del Programma, Laura Antonini - area Progettazione e Comunicazione - attrice di prosa e cantante, è responsabile dell’ideazione della mostra. 


  • Domenica 22 ottobre ore 17, Roma, Ara Pacis (appuntamento mezz’ora prima e prenotazione in sede, tel. 069064456). Sul tema delle terre fluttuanti, lontane da raggiungere anche solo con la fantasia: Visita guidata alla mostra “HOKUSAI. Sulle orme del maestro della Grande Onda”. Per costi, prenotazioni e appuntamento consultare il programma delle visite guidate della Grafica Campioli, dove sono incluse anche ulteriori date (tel. 069064456).

Novembre-Dicembre. TERRE Volume II:

"Terre da coltivare, terre oggetto di culto"
  • Sabato 25 novembre, sede della Grafica Campioli: inaugurazione della mostra “Mitologico-racconti di Terra” opere di Alero (Alessandro Rossi Giovannini). Dal caos venne fuori Gea la madre terra, la Dea primordiale, la materia originaria da cui prendono vita tutte le cose.Gea è il simbolo dell'importanza della terra nelle civiltà agricole antiche, ma anche del ruolo della donna nel procreare ed allevare i figli. E’ il significato ancestrale della mitologia il legame che unisce il lavoro di Alero al Progetto TERRE, e non è che l’inizio di un viaggio che fa dei nostri culti primordiali, i nostri miti più antichi, la stella polare che guida verso nord… Essendo i materiali usati dall’artista deperibili, la storia raccontata cambia continuamente, ma in maniera impercettibile: la terra e la cera usati come base nel dipinto tenderanno in decine di anni a perdere dei piccolissimi pezzi, cambiare tonalità o altro, fino probabilmente ad offuscare o reagire in modi che non è possibile prevedere. Eracle, i Ciclopi, il Minotauro, Narciso diventeranno altro, ma nel frattempo avranno messo radici profonde dentro ognuno di noi…
  • Venerdi 1 dicembre ore 21, sede della Grafica Campioli. La terra più lontana e inaccessibile, incontaminata e sublime, difficile da raggiungere e quasi impossibile da vivere. "La terra al sud del mondo”: il racconto di un percorso per gli occhi e per lo spirito… l’Antartide di Vincenzo Romano e Alberto Salvati.
  • Domenica 3 dicembre ore 11,40, Roma, Vittoriano (appuntamento mezz’ora prima e prenotazione in sede, tel. 069064456). Sul tema della terra che dà fiori e che grazie al colore crea magie: visita guidata alla mostra “MONET”. Per costi, prenotazioni e appuntamento consultare il programma delle visite guidate della Grafica Campioli, dove sono incluse anche ulteriori date.
  • Dicembre/gennaio orario e data da stabilire, sede della Grafica Campioli: "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d'arte che si possa desiderare" (Andy Warhol): Letture scelte per bambini e ragazzi dedicate al tema della terra e laboratori a tema, a cura della Libreria CARTACANTA, il luogo dove i libri riprendono vita.

Gennaio. TERRE Volume III: “Terre da raccontare”
  • Sabato 13 gennaio ore 18 in poi, sede della Grafica Campioli: inaugurazione della mostra “Totem degli Appennini: i giorni dell’Omega”. Antologica di Emilio Anselmi MITIA. Il racconto di un artista che costruisce totem lasciando segni vitali ed impronte che sono un omaggio agli Indiani d’America, ma che hanno un’origine lontana sull’Appennino emiliano…

  • Domenica 14 gennaio ore 11,20, Roma, Scuderie del Quirinale (appuntamento mezz’ora prima e prenotazione in sede, tel. 069064456). Il racconto della vita e dell’opera di un artista che ha riscoperto il mondo guardandolo in modo “primitivo” e che alla terra d’Italia ha dedicato una svolta importante nel proprio percorso stilistico. Visita guidata alla mostra “PICASSO. Tra Cubismo e Neoclassicismo 1915-1925”. Per costi, prenotazioni e appuntamento consultare il programma delle visite guidate della Grafica Campioli, dove sono incluse anche ulteriori date.
  • Domenica 21 gennaio ore Intera giornata: Roma. Visita guidata dedicata all’arte dei Primitivi, fonte di ispirazione perché figli fedeli della Terra: dal Museo Pigorini (Sezione Africa e Oceania) ci sposteremo alla GNAM (Galleria Nazionale Arte Moderna) per scoprire l’influsso delle civiltà cosiddette “primitive” sulle correnti artistiche contemporanee. Prima visita ore 11, seconda visita ore 15,30 (appuntamento mezz’ora prima e prenotazione in sede, tel. 069064456). Per costi, prenotazioni e appuntamento consultare il programma delle visite guidate della Grafica Campioli.

    TERRE continua… 
    …da febbraio a luglio 2018 sette Volumi per nuovi appuntamenti, ancora tante voci e tanto spazio da riempire.

giovedì 12 ottobre 2017

La privacy dei ricchi e l'acquario di Balbec

Briatore si lamenta perché la privacy dei ricchi non è salvaguardata.
Chi l'avrebbe mai detto che la risposta a una delle creature più semplici del XXI secolo l'avrebbe data anzitempo uno degli uomini più complessi vissuto tra XIX e XX secolo?

"E, di sera, non pranzavamo in albergo, dove le lampade elettriche, inondando di luce la grande sala da pranzo, la trasformavano in una sorta d'immenso e meraviglioso acquario che chiamava la popolazione operaia di Balbec, i pescatori e anche le famiglie piccoloborghesi, invisibili nell'ombra, a schiacciarsi contro la sua parete di vetro per contemplare, lentamente ondeggiante in turbini d'oro, la vita lussuosa di quella gente, per i poveri non meno straordinaria di quella dei pesci e dei molluschi più strani (una grossa questione sociale: sapere se la parete di vetro proteggerà sempre il festino degli animali meravigliosi, se l'oscura folla che scruta avidamente nella notte non verrà a coglierli nel loro acquario e a mangiarseli)."
M. Proust, in All'ombra delle fanciulle in fiore.

martedì 5 settembre 2017

Il saggio e l'idiota

Quando il saggio indica la merendina l'idiota guarda l'asteroide!

Lasciate che i pargoli si imbottiscano di grassi idrogenati e zuccheri, non allarmatevi per un asteroide ché la probabilità di essere colpiti è milioni di volte inferiore a quella di beccarsi il diabete alimentare. Mangiate pure frugoletti cresciuti a merendine e tablet. Date retta a mamma e papà che queste cose non le avevano e per merenda si arrangiavano con pane e pomodoro o addirittura una mela. Preparatevi fanciulli al concorso di consumo di farmaci per diabete e colesterolemia per il piacere del medico di famiglia che è un medico vero e segna vagonate di medicinali e integratori, non come quelli che consigliano alimentazione sana e una passeggiata all'aria aperta tutti i giorni. Ciarlatani! Più pillole prendi più ti senti forte, mi colpisse un asteroide se non è vero! E poi consumando pillole cresce il Pil che alla nazione serve tanto. Lo sapevi che mangiando pillole e merendine fai girare l'economia? Tu mangi pillole e merendine, la fabbrica produce pillole e merendine e tanta gente lavora per produrre pillole e merendine, poi ci sono quelli che portano le pillole in farmacia e le merendine al supermercato... o è il rovescio? Non ricordo bene! Alla fine arrivano quelli che lavorano dietro al bancone per vendere pillole e merendine e quelli che aprono palestre per farti dimagrire dalle merendine e quelli che ti vendono altre pillole per disintossicarti dalle pillole di prima. Dì la verità, non sapevi che mangiando pillole e merendine davi lavoro a tanta gente, vero? Quindi non smettere di mangiare merendine figliolo, solo così tu potrai essere l'innesco di un processo virtuoso. La rivoluzione comincia mangiando una merendina. Non passare a quelle stupide merende di una volta, tipo pane e pomodoro o un frutto, quella è roba a bassa intensità di capitale... è un concetto difficile? Fa niente, fidati. Se mangi una merendina l'economia gira di più che se mangi una mela.

Basta con questa pubblicità "diseducativa". E' noto che dell'educazione dei figli se ne occupa la pubblicità che viene continuamente interrotta da quei fastidiosi cartoni animati che piacciono tanto ai bambini. Meno male che adesso ci sono i cellulari per distrarli un po’ da quel maledetto televisore. Prima i bambini stavano tutto il tempo davanti al televisore, adesso invece passano qualche ora anche con i videogiochi on line del cellulare, che sollievo! E' davvero un piacere sapere che mentre loro giocano si contribuisce alla crescita economica del paese con gli smartphone e le fantastiche offerte mensili per gigabyte a non finire da pagare in comode rate con un lavoro precario a tempo indeterminato appena avuto con il giobbact di Renzi. Che meraviglia, prima i bambini giocavano senza produrre reddito, adesso anche loro contribuiscono a far girare l'economia mentre giocano. E  mentre loro si divertono i genitori possono lavorare tranquillamente per portare a casa il pane e la connessione WIFI.

Uniamoci a corte, siam pronti alla morte. Consumatori di tutto il mondo unitevi! Vigiliamo sui nostri pargoli, proteggiamoli dai traumi della pubblicità e dagli uomini neri che attraversano il mare per rubare le nostre merendine e il nostro stile di vita. Costruiamo un mulino bianco per i nostri fanciulli dove Cappuccetto Rosso viene salvata dal tagliaboschi, mica come nella fiaba originale di Perrault dove quella scema viene mangiata dal lupo e la storia finisce lì, con tanto di morale che con i lupi non ci devi parlare altrimenti fai una brutta fine e non c'è nessun tagliaboschi che abbia tempo da perdere per venirti a salvare, sforzo peraltro inutile da parte dell'eventuale tagliaboschi volenteroso perché una volta che il lupo ti divora mica resti lì nella sua pancia tutto intero. Il lupo ti digerisce e in breve tempo ti restituisce alla terra nella sola forma in cui la terra ti apprezza.

Salvatevi dai lupi cattivi bambini, rimanete chiusi in casa che in giro ci sono gli asteroidi che cadono, Corto Maltese che fuma, spacciatori rigorosamente stranieri e corruttori siberiani che hanno traviato persino noi italiani, geneticamente votati al sacrificio, alla poesia e all'arte. Non abbiate paura bambini che sulla vostra buona stella vigiliamo noi adulti che in un mondo al collasso non ci facciamo sfuggire spot pubblicitari che non infondano buoni sentimenti e imperituri valori di amore e solidarietà verso l'universo mondo.

domenica 3 settembre 2017

Porte


Porte che non attirano l'attenzione di nessuno. Chi nasconderebbe qualcosa di prezioso dietro una porta così fragile? Nessuno si domanda cosa può esserci stato dietro quelle porte, questo le rende custodi del tempo. La loro forza è la fragilità degli assi di legno consumati, delle serrature arrugginite, dei muri incrostati. Dietro quelle porte c'è il tempo, il diamante nero che nessuno può rubare.

sabato 2 settembre 2017

Partenze

Dove le partenze sono un mestiere abbiamo le stazioni ferroviarie vicino al campo santo. Da questi paesi si parte soltanto e si ritorna sempre.


sabato 26 agosto 2017

Le bagnarole


Queste sono le bagnarole di Leuca, costruite in riva al mare. Le figlie dell'alta società entravano qui per fare il bagno in una buca scavata perché prendere il sole non era elegante e poi farsi vedere da noi era sconveniente. Noi, figli di contadini, venivamo poche volte al mare ma il sole lo vedevamo tutto l'anno e lui era felice di vederci, ah se lo era, quando ci vedeva si metteva a urlare di gioia e bruciava la pelle che i nostri nonni erano vecchi turchi appena sbarcati per assediare queste coste. Il mare lo vedevamo poco che scavalcata la serra neanche pensavamo esistesse ancora il mondo. Il mare lo vedevamo poco ma quando capitava...che meraviglia, una vasca enorme di acqua verde, azzurra, rossa del fuoco del sole al tramonto. Una vasca immensa tutta per noi, piena di pesci che li potevi inseguire e di alghe, buone da succhiare. Poveri ricchi, chiusi in quelle bagnarole, che vita misera vi è toccata.

martedì 15 agosto 2017

Noi avevamo sorgenti profonde


Noi avevamo sorgenti profonde
di acque avare
conservate nel ventre della terra.
Noi avevamo pozzi artesiani
per attingere dalle nostre viscere
rigurgiti di tempo.
Noi avevamo altari di cicoria
per inginocchiarci,
pellegrini in preghiera.

domenica 6 agosto 2017

Ombre siamo

Ombre siamo
che poca luce proietta,
ora avanti ora indietro,
mentre passiamo,
distrattamente.


lunedì 24 luglio 2017

Lunghi viaggi a due passi da casa

Il Quarticciolo è tra i quartieri di Roma che amo di più. A pochi passi da casa ma ogni volta che passeggio tra i suoi palazzi percorro distanze infinite. Mi piacciono i suoi viali coperti di foglie, i muri incrostati, le finestre aperte e i panni stesi. Mi piace la sua storia, la sua gente.


I palazzi sono navi alla fonda e sui fianchi sventolano bandiere di mille colori.




I bambini giocano protetti da un cortile, vigilati da sentinelle silenziose affacciate alla finestra.


Tra le giostre i bambini si rincorrono ignari del triste commercio poco distante, sotto lo sguardo di antiche madonne e occhi che dicono quello che la bocca tace ai piedi di quella che una volta era la casa del fascio.



Un colosseo abitato in fondo a un viale evoca meste immagini subito allontanate da risate e corse forsennate di bambini in bicicletta.


All'ombra della sera gli anziani si riuniscono in cerchio a far rivivere i fatti della giornata, a dir male e bene della gente, del governo e del padreterno mentre le campane della chiesa coprono preghiere e bestemmie di uomini e cicale.



lunedì 17 luglio 2017

Sublimazioni

A volte dire a qualcuno che ha rotto le scatole non dà quella soddisfazione necessaria per sentirsi completamente sollevato. Serve qualcosa di più liberatorio, una sublimazione dell'invettiva. Inevitabile ricorrere alla lingua di origine per queste cose, in quella abitiamo.


Certa gente è fastitiusa
comu nu stozzu te carne menzu i tenti,
te tanni cu la lingua
e nunn'è cosa esse nenti.
Poi nc'ete quiddhi comu spilazzi te finucchiu,
se critune carne te cavaddhu
e nu su mancu carne te pitucchiu.
Nu nc'è nazioni nu nci su confini
ddhunca vai vai t'ane rumpire i cujuni.
Nu la fannu riputata
è comu n'istintu, na calata,
ca puru ca nu boi
te ttuppa a lingua prima o poi.
Armamune te pacenzia
ca nu nc'è rimediu, nu nc'è tenzia,
ci oi cu campi serenu comu nu vagnone
tanne retta mie, fanne sine sine e none none.

***

A proposito di lingua d'origine. Di recente ho scoperto un cantautore straordinario, Mino De Santis. Ha già pubblicato quattro dischi dal 2011 ma l'ho scoperto da poco. Nelle canzoni di Mino De Santis c'è l'influenza di grandi autori come De Andrè, Gaber ma la sua originalità è prorompente. Ironia e compassione, un timbro unico e lontano dai cliché di moda di un Salento di notti della taranta a base di coca cola! Canta in dialetto salentino e in italiano. Il dialetto non è così stretto da non essere compreso anche altrove e, vi assicuro, è davvero un peccato che le sue canzoni non abbiano diffusione nazionale, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo.



giovedì 6 luglio 2017

Note(8)

A fronte dell’accrescimento delle nostre conoscenze, che diciamo avviate dal programma di Bacone, è evidente che non è diventato più facile nutrire l’uomo né dal punto di vista dei bisogni primari né per la fame di significati. L’uomo cosiddetto occidentale o più precisamente nord-occidentale soffre, più o meno consapevolmente, un “male oscuro” dovuto all’asimmetria tra l’idealità e la realtà di uno sviluppo storico che l’avrebbe affrancato dai suoi bisogni.
Un primo livello di malessere è interno alle società occidentali stesse. In un contesto in cui molti individui possono accedere alla soddisfazione delle proprie esigenze (di bisogni primari e di riconoscimento sociale), il divario con le cosiddette minoranze (ve ne sono molteplici), vero o percepito che sia, diventa ancora più insostenibile e acuto per queste ultime. Un secondo livello di malessere è esterno alle società occidentali. A livello planetario non è onestamente possibile riconoscere uno sviluppo degno di tale nome se le risorse restano nelle mani di una esigua minoranza e la maggioranza dell’umanità è sotto i limiti della sopravvivenza.
Negli anni ’70 nell’ambito del dibattito tra etica e ambiente si invocava una coscienza di specie, ovvero la consapevolezza di essere il risultato di un processo evolutivo comune al genere homo che se da un lato non consente di distinguere l’umanità in base alle aree geografiche e ai percorsi storici che si sono realizzati, dall’altro lato non consente di ignorare la continuità con gli altri organismi viventi. Ma restando solo al primo aspetto, inerente il principio di solidarietà esteso oltre i confini delle nazioni, occorre sottolineare che per imboccare consapevolmente la strada di una coscienza di specie è necessario ancora risolvere i bisogni dell’uomo, quelli alimentari e quelli sociali.
Senza soddisfare quei bisogni, dati per risolti ma ancora pressanti fuori e dentro la società occidentale, si correrà il rischio che grosse fasce dell’umanità vivano le varie crisi occidentali come un gioco tutto realizzato tra soggetti delle classi più agiate in cui le crisi, della scienza, dell’ambiente e quant'altro, nascono, crescono, muoiono e resuscitano a seconda delle più opportune esigenze dei tempi per compensare un tedium vitae salottiero da circolo intellettuale.
Il collasso in corso nel mondo occidentale sta nel credo che lo sviluppo, sensu crescita economica, è la base per la soluzione dei mali dell’uomo e nell'abbandono delle istanze di solidarietà che hanno operato dal secondo dopoguerra fino all'inizio degli anni '70, almeno all'interno del mondo occidentale. Oggi è diventato evidente che Mida non può fare niente per spegnere la fame di Tantalo ed è altrettanto evidente che bisogna operare una accorta distinzione tra una parte buona dello sviluppo, sensu togliere dal viluppo, relativa all’affrancamento dai bisogni e alle conquiste sul terreno dei diritti e una parte meschina dello sviluppo dai risultati devastanti, relativa alla bramosia dell’accumulo che non risponde alla domanda di bisogni ma a quella di dominio.

martedì 4 luglio 2017

Note(7)

Desideriamo il bene comune come desideriamo una casa, un’automobile o un libro? Nel '700 John Locke riconobbe, con una certa riprovazione, che il piacere individuale è il principio guida del comportamento umano. Nello stesso secolo Adam Smith istituì su questo principio le regole dell’economia così come oggi siamo convinti di conoscerla.
Le successive letture di Locke e Smith, allegre quanto quella che dell’asceta Epicuro ne fa un laido sensista dedito ai piaceri più sconci, sono la regola per un'umanità non avvezza alla complessità dell’esistenza e sempre bramosa di qualcosa a patto che non sia troppo impegnativo ottenere.
Anni fa una campagna pubblicitaria di carburanti poneva l’inquietante domanda se conosciamo le potenzialità del nostro motore, sottintendendo ovviamente di avere il segreto per ottenere le massime prestazioni da quel gioiello della tecnica che con duro lavoro e tanti sacrifici abbiamo acquistato. Quella domanda, inquietante al punto giusto, potrà essere sicuramente soddisfatta mentre altre domande, più inquietanti perché prive di risposta, seguono la strada della rimozione e della banalizzazione.
Di fronte all'assoluta certezza del poco tempo impiegato per raggiungere i 100 all’ora gli insipidi richiami alle antiche virtù non sono che un basso continuo camuffato da contrappunto, richiami stanchi di quel “nano piccolo e brutto” che Walter Benjamin riconosceva già nella teologia dei suoi tempi. Chissà come vedrebbe quel nano oggi! Di fronte al vuoto di domanda sulle potenzialità umane si alzano le starnazzanti risposte delle new age di ogni epoca, consolidate o nascenti, che fioriscono sulle macerie umane, creando mondi e visioni che siano facili surrogati di ciò che ci molesta con la sua imbarazzante evidenza e la sua sconsolante complessità. Di fronte alla titanica impresa si fa quel che si può, in occidente la tradizione religiosa a fronte dell’incapacità a trattare temi etici si gingilla da secoli con raffinati sofismi dottrinali mentre la sua controparte secolare dimentica della politica si intrattiene nelle transazioni economiche, avatar del mercato.
La domanda inevasa è se il bene comune è nell’elenco dei nostri desiderata o non fa parte dei nostri bisogni perché troppo complicato da teorizzare, formalizzare, figuriamoci da praticare. E allora consoliamoci con facili comandamenti, con un buon carburante e del raffinatissimo olio lubrificante che farà rombare il nostro motore evitando di farci ascoltare quel fastidioso ronzio dell’anima che nonostante tutto ci portiamo dietro senza neanche chiedergli il pedaggio.

domenica 18 giugno 2017

La classe disintegrata


Siamo consapevoli della disintegrazione del lavoro, siamo meno o per niente consapevoli della disintegrazione delle sue sedi. Avessimo questa consapevolezza parleremmo del rogo della Grenfell Tower di Londra pensando a quello della Thyssen Krupp, con tutte le responsabilità annesse, disintegrate anche quelle. Ecco perché serve non essere consapevoli, serve a una classe dirigente acefala perché la classe disintegrata non si riconosca. Serve una nuova coscienza di classe, una coscienza per una classe disintegrata.

sabato 17 giugno 2017

L'uomo e la maschera

Tra i numerosi filoni della ricerca artistica del Maestro Ezio Flammia lo studio della maschera è tra i più importanti nella sua cifra poetica. Maschere di carta e stoffa del teatro fliacico della Grecia del IV-III sec. a.C., maschere labirintiche realizzate con fili di ferro saldati per fusione elettrica, maschere di cartapesta, materiale di elezione di Flammia. Avere la fortuna e il privilegio di vedere le sue opere dove sono nate, nel suo laboratorio, è un'emozione che lascia senza parole mentre ci si perde tra i volti che le maschere mostrano e quelli che nascondono. Già, perché l'universo della maschera è continuamente ambivalente tra un dentro e un fuori, tra realtà e messa in scena. La maschera produce lo straniamento del contraddittorio, lo spaesamento quasi consapevole per cui più di quello che mostra conta quello che cela.

Arete regina, maschera fliacica.

La maschera nasconde il volto, lo protegge, consente al volto sottostante di assumere qualunque forma. Sotto la maschera la smorfia è libera. Ma se questo è il dentro di una maschera il fuori spaventa, allontana, affascina, attira. La maschera rende ridicolo il terribile, serio il fatuo. La maschera è membrana di transizione tra dentro e fuori. La maschera è terra di nessuno. E' la superficie di profondità abissali.

Diavolo-giullare, maschera medievale.

La maschera dà forma al nulla. Di tutti i significati cui la maschera rimanda quest'ultimo è a mio avviso il più rilevante. La maschera è forma intorno al nulla, è la forma del nulla. E' questo che inquieta della maschera. Il nulla diventa visibile e non lascia alibi alla razionalità ordinatrice. La farsa della razionalizzazione diventa evidente, è sotto gli occhi e ridere della maschera significa ridere della necessità del vuoto di farsi forma. In definitiva è ridere della necessità di esistere e di darsene ragione. Per questo il riso è liberatorio e imbarazzato. Il riso è portatore di una sorpresa interiore che non si coglie immediatamente. Il vuoto è lo scheletro della maschera. La maschera rivela che il nostro scheletro è il vuoto. Il terrore che dietro una maschera ci sia il nulla è più grande dello spavento che la maschera può suscitare. In questo disequilibrio risiede il potere apotropaico della maschera per allontanare il tremendo. E' un bluff, una scommessa al rialzo senza carte vincenti, nella speranza che il tremendo non accetti la scommessa e abbandoni il gioco terrorizzato a sua volta di quello che può trovare dietro la maschera.

Diavolo-giullare con lingua, maschera medievale.

Con le maschere labirintiche è l'ombra a esprimere forma e volume. Il non esistente dà forma all'esistente. E' un gioco inquietante. Se la maschera gioca con l'illusione di un dentro/fuori e mostra una superficie che nasconde l'insondabile, la maschera labirintica denuda anche questa illusione. Le maschere labirintiche sono maschere di maschere.

In questa pagina sono visibili alcune opere
di Ezio Flammia dedicate a Totò.

E' inevitabile davanti alle maschere labirintiche pensare a Teseo che seguendo il filo ritrova la via del ritorno. Qui seguendo il filo si finisce con il percorrere il proprio volto. E' un percorso che porta a sé stessi.

E' un incontro naturale quello tra Flammia e Totò, maschera esso stesso, doppio che rinvia continuamente alla tragedia di cui il comico è superficie esposta.


Siamo uomini o caporali, dice Totò nel film in cui, più che in ogni altro, si compie la sua poetica. In quella poetica trova eco la "mistica della maschera" di Flammia. Il comico come dispositivo necessario per affrontare il tragico che c'è fuori e custodire il tragico che c'è dentro.


Il venerdì 23 giugno sarà inaugurata una mostra del Maestro Ezio Flammia: “Omaggio a Totò”. La mostra è nell’ambito della manifestazione Notti d’estate a Villa Laura” a Moiano (BN), patrocinata dal FAI. Ho avuto il privilegio di vedere le opere dedicate a Totò e molte altre. Cosa posso dire? Chi può andare a Mogliano per questa occasione ci vada, sarà sicuramente

Clicca sull'immagine per ingrandire la brochure della mostra

giovedì 15 giugno 2017

Trionfi

Il "trionfo" di Macron in Francia con il 48,7% dei votanti è l'epitaffio dell'attuale "democrazia". Metà popolo decide a maggioranza! Questo è il capolavoro di partecipazione che le oligarchie sono riuscite a portare a termine. Farsi eleggere a maggioranza dalla minoranza! Questa è l'essenza del sistema maggioritario. Berlinguer 35 anni fa denunciava il pericolo per la democrazia nella disaffezione politica, nella riduzione della partecipazione, quando l'affluenza elettorale che era ben più alta di quella odierna.
Sembra passato un secolo.

sabato 10 giugno 2017

Brevi note per chi ha smarrito la manca via

In ideale continuazione con alcune vecchie note mi torna in mente uno scambio di battute con una cara amica che tempo fa confessava che le istanze avanzate dai movimenti della cosiddetta destra sociale mettevano in difficoltà in suo essere di sinistra sul terreno della solidarietà. Capisco che ultimamente la distinzione tra destra e sinistra soffre molto per via di una molteplicità di problemi e processi storici che non sto neanche a menzionare ma se ci solleviamo dal pantano della attualità qualcosa si continua a intravedere.
Il concetto di destra sociale ha connotati storici molto precisi e i movimenti che si dicono di destra sociale si richiamano a quei connotati. Pertanto destra sociale è una contraddizione in termini, in altre parole un ossimoro. Quella destra si è sempre distinta per un orizzonte sociale che non va oltre quello nazionale. La destra liberista merita un discorso a parte perché l'impianto ideologico è differente. La socialità della destra sociale affonda le sue radici nella appartenenza alla stessa comunità, nella supposta condivisione di una etnia che non esiste, nel nazionalismo. In poche parole la radice della socialità della destra sociale è l'appartenenza tribale, il legame di sangue, un dato che si suppone naturale. D'altra parte uno dei connotati storici della sinistra è l'internazionalismo, poiché i confini su cui si consuma il conflitto sociale non sono quelli amministrativi delle nazioni ma quelli delle classi sociali che non esisterebbero più, un dato decisamente culturale. Le gravi degenerazioni del socialismo nazionalista, un altro ossimoro della storia, in Italia portarono all'affermazione della destra fascista prima e della destra sociale poi. Quando dici che prima o poi gli opposti si toccano!
Insomma, se scavi in fondo alle ragioni della destra trovi un elemento che si suppone voluto (!) dalla natura, se invece scavi in fondo alle ragioni della sinistra ci trovi un elemento determinato storicamente, un elemento culturale. Natura e cultura, altra diade su cui si sviluppa la dialettica tra destra e sinistra.
La socialità della destra sociale, se di socialità vogliamo parlare, è una socialità miope circoscritta alla sola comunità di appartenenza e che non si apre al resto del mondo, anzi lo esclude. Parlare di solidarietà in questi termini è una follia.

- adesso ti è chiara la differenza?
- non l'avevo mai pensata in questi termini!
- allora la sinistra è senza speranza.

lunedì 29 maggio 2017

Il peso dei piccoli

Hai mai pensato quanto pesano le formiche? Non quanto pesa una sola formica ma quanto pesano tutte le formiche del mondo. Pensare che una sola formica non pesa niente è facile, ma tutte le formiche del mondo? Penseresti ancora che non contano niente?


Alcune vecchie stime, piuttosto approssimative, dicono che il peso di tutte le formiche del mondo va da 30 a 300 milioni di tonnellate. Il peso stimato degli esseri umani, considerando 7 miliardi di individui, è di circa 350 milioni di tonnellate. Se per il peso delle formiche risultasse più corretta la stima più bassa, allora le formiche peserebbero meno di un decimo del peso dell'intera umanità, mentre se fosse più corretta la stima più alta allora la distanza tra il peso degli esseri umani e quello delle formiche si accorcerebbe di gran lunga.



E riguardo al materiale che le formiche riescono a trasportare, ci hai mai pensato? Poniamo il caso che il tuo peso sia di 65 kg, se tu avessi la forza di una formica rispetto al tuo peso saresti in grado di sollevare 3,25 tonnellate. Niente male eh! Una formica riesce a sollevare fino a 50 volte il suo peso. Per non parlare di alcuni acari che trascinano fino a 1180 volte il loro peso su una superficie orizzontale e fino a 530 volte su una superficie verticale.



Le formiche che vedete in questa foto e nel video stanno trasportando in questi giorni le pagliuzze di graminacee nel loro formicaio. Sono giorni che sono in fila sulla panca del parco dove vado a correre e chissà quanta strada fanno nel prato per raggiungere il formicaio. Una attività continua, instancabile. Non ho fatto stime di quanto materiale stiano trasportando ma con i numeri che ho dato sarà facile immaginare che si tratta di quantità notevoli, ben oltre quello che possiamo pensare di primo acchito.




Ma torniamo al peso di tutte le formiche del mondo. E' difficile fare una stima precisa, non si possono mica contare tutte le formiche del pianeta e pesarle una per una, ma se alle formiche aggiungiamo solo le termiti allora possiamo avere una ragionevole certezza che il peso di tutte le formiche e di tutte le termiti supera quello degli esseri umani andando da 475 a 745 milioni di tonnellate contro i nostri 350. Mi direte che anche la stima delle termiti può essere molto incerta, è vero. Allora sarei pronto a scommettere la vita che aggiungendo gli altri insetti della terra il peso degli esseri umani al confronto sarebbe una pagliuzza paragonata al peso di una montagna.

Ma se può sembrare ovvio che tutti gli insetti del mondo pesino più di tutti gli esseri umani provo a rilanciare. Ti sei mai chiesto quanto pesano i batteri? La stima del loro peso è stata fatta non considerando il contenuto di acqua, quindi per confrontarla con quella degli esseri umani dobbiamo fare la stessa cosa, togliere il peso dell'acqua. Il peso secco di 7 miliardi di esseri umani è di 105 milioni di tonnellate, quello dei batteri va da un minimo di 350.000 milioni di tonnellate a un massimo di 550.000 milioni di tonnellate. I batteri pesano da 3300 a più di 5200 volte il peso degli esseri umani. Anche se la stima corretta fosse quella più bassa si tratterebbe di una massa enormemente più grande di quella degli esseri umani. L'avreste mai detto?

Cosa voglio dire con questi numeri? Niente più di quello che ho detto. Spesso quello che non si vede pesa più di quello che si vede, bisogna imparare a guardare. Una sola formica non pesa niente, un solo batterio neanche lo vedi ma se li metti tutti insieme allora sei di fronte a una schiacciante maggioranza. E noi, i piccoli della specie umana? Ci comportiamo come formiche singole che non pesano niente, come batteri che neanche si vedono o riusciamo ancora a mettere insieme i nostri pesi? Sono davvero tanto lontani i tempi in cui qualcuno poteva lanciare il monito: piccoli di tutti i paesi, unitevi!

martedì 23 maggio 2017

Solidarietà ai colleghi


Passano gli anni e rivedi come in un deja vu le stesse scene, gli stessi riti, la stessa indifferenza ai drammi delle persone. Nel frattempo i colleghi sono meno giovani di ieri e nessuno osa più usare l'espressione "giovani precari", sarebbe quasi provocatorio.

http://lanuovaecologia.it/ispra-occupata-sede-licenziamenti/

http://www.giornalettismo.com/archives/2217394/ispra-precari-sede-occupata/

http://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=64228

martedì 16 maggio 2017

Sentenze e tweet

Leggo su La Repubblica la notizia della sentenza della prima sezione penale della Suprema Corte che condanna un cittadino indiano che voleva circolare con un 'coltello sacro' secondo i precetti della sua religione. Il divieto di portare armi, salvo casi stabiliti dalla legge, è sancito dalle nostre norme e non c'è nessuna ragione perché un cittadino di qualunque provenienza si sottragga a questo divieto.

Da questo punto di vista la sentenza è inappuntabile eppure, se il virgolettato dell'articolo citato riporta fedelmente quanto scritto nella sentenza, contiene un messaggio a mio avviso avvilente. Avvilente perché denuncia un'incapacità di pensare alla profondità e alle conseguenze delle parole usate. Nella sentenza della Corte di Cassazione si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".

Buon senso? No. Una frase sciatta, pensata male e scritta peggio. L'immigrato, come qualunque altro soggetto, che vive in uno Stato di Diritto deve conformarsi alle leggi vigenti in quello Stato. Vigenti, ovvero riconosciute valide in una determinata fase storica, fino a eventuali modifiche. I "valori occidentali" sono un concetto estraneo al Diritto, semmai sottesi alle norme che una società esprime e che devono essere il solo oggetto di valutazione da parte della magistratura. L'utilizzo dell'espressione "valori occidentali" in una sentenza mostra una permeabilità inaccettabile a un dibattito da bar, spesso condotto tra ubriachi.

I valori occidentali, se di valori vogliamo parlare, sono i tre principi continuamente richiamati e continuamente traditi della Rivoluzione francese, sono i principi richiamati nei primi 12 articoli della nostra Costituzione (con personale riserva per l'art. 7). Non portare armi per quanto importante e fatte salve le derive da farwest che ci accingiamo a percorrere, non è un valore occidentale. Di quale occidente parlano i giudici? Quello della Francia, dell'Italia, o quello degli Stati Uniti dove puoi procurarti un'arma al supermercato? Da giudici della Cassazione ci si aspetterebbe un'attenzione alle parole maggiore di quanta se ne dedica per scrivere un post su facebook (consiglio la lettura dell'articolo di Gilioli).

Si assiste a un intollerabile impoverimento del pensiero concettuale seguito o determinato da un impoverimento del linguaggio. Leggiamo sentenze scritte con la sciatteria di un tweet e ci meravigliamo della perdità di credibilità delle istituzioni. Quale futuro possiamo aspettarci in queste condizioni? Ci meravigliamo della deriva politica! Ma di cosa ci meravigliamo? C'è una deriva dello Stato e non da oggi, una deriva del linguaggio e del pensiero. Se uno scrive più di 130 caratteri è barboso, se ti permetti di fare una citazione sei uno che rompe, se solleciti il pensiero ti ritrovi insieme a pochi intimi e ti va bene se non ti danno del narcisista perché hai un blog! E' in questo letamaio che proliferano politici che non sanno quello che dicono, comparse da quattro soldi che si dimezzano lo stipendio e diventano statisti, magistrati che sollevano polveroni su ipotesi di indagini senza prove, magistrati che entrano e escono dalla politica magari tenendosi l'aspettativa per avere il piede in due scarpe e al diavolo la separazione dei poteri, a proposito di valori occidentali! In queste condizioni quale senso dello Stato è possibile coltivare, quale peso possono rivendicare le istituzioni?

Le istituzioni sono una cosa seria. E' intollerabile che parlino con la leggerezza con cui scrive un qualunque utente della rete, sottoscritto compreso. Tempi e modi del linguaggio sono cambiati dai tempi di Bismarck e la rete è stata determinante per questa rivoluzione, ma le istituzioni devono continuare a parlare da istituzioni non da followers di un qualche umore del momento. Se cadono in questa rete rischiano di non uscirne se non indebolite e in definitiva inutili.

mercoledì 10 maggio 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (3)

Insomma da quanto detto finora sembra che ce la cantiamo, ce la suoniamo e ce la balliamo da soli. Niente di nuovo sotto il sole. Pirandello molto tempo fa aveva già detto tutto quello che c'era da dire al riguardo. Altro che post-verità di cui si parla oggi come se fosse di recente scoperta. Ci raccontiamo, o siamo indotti a raccontarci, una storia che conforta i nostri timori più reconditi e restiamo al calduccio nella nostra bolla cognitiva fino a quando non arriva una variazione più o meno disastrosa a risvegliarci dal torpore, allora cambiamo versione della storia e riprendiamo a credere come prima, più di prima! Pensandoci bene sembrerebbe che nelle trappole cognitive ci viviamo in continuazione. Non facciamo altro che vivere in una trappola che ripariamo standoci dentro, la giara di Pirandello appunto.

In definitiva cos'è la caverna di Platone se non una trappola cognitiva? A essere ottimisti potremmo pensare che usciamo dalle trappole solo quando artisti, filosofi, poeti o scienziati (elencati in ordine alfabetico) ci svegliano e ci fanno vedere cose non viste prima. Il dilemma è serio. Usciamo davvero dalle trappole cognitive o non facciamo altro che passare da una trappola all'altra? Ideologie, visioni del mondo, modelli e schemi concettuali sono utili strumenti ermeneutici di sistematizzazione e conoscenza che rischiano sempre di trasformarsi in trappole per la stessa conoscenza quando l'assuefazione impedisce di vederne i limiti. Dovremmo chiederci continuamente "c'è altro che non sto considerando?". In questa domanda risiede la necessità del confronto con gli altri, l'essenzialità della dialettica. Senza il confronto con gli altri siamo come pesci nella bolla che pensano che il mare sia la bolla, come quelli che confondono le relazioni sociali con i social!

Ma attenzione, senza un senso critico ben temperato anche la domanda "c'è altro che non sto considerando?" può trasformarsi in un pericoloso "c'è qualcosa che mi stanno nascondendo?" In questo modo si entra in una trappola cognitiva simile a quella del paranoico, una trappola che oggi racchiude un gran numero di persone. I motivi per cui si entra in questa trappola sono molteplici: sfiducia nella politica, diseguaglianza sociale, principi calpestati e traditi, smantellamento dei dispositivi pubblici della conoscenza come la cara vecchia scuola. In un contesto simile l'attuale potenziale di comunicazione (web, social, ecc.) può costituire un fattore di amplificazione devastante della cultura del sospetto e non può sostituire i dispositivi della conoscenza messi in disuso. Oggi si parla della società della conoscenza ma in queste condizioni può crescere solo una società dietrologica, una società del complotto.

Aspettate un momento, ho un sassolino nella scarpa che devo togliermi prima di riprendere a scrivere seriamente (più o meno seriamente). Ehi, complottista! Ho una notizia per te. Se non conosci quello che succede non è perché ti tengono nascosto quello che succede. E' perché sei ignorante. Non ti offendere, anche io sono ignorante ma io lo so e cerco di colmare la mia ignoranza anche se mi costa fatica, tu invece non sai di essere ignorante e questo fa di te un imbecille. Sicuramente qualcosa sottobanco viene fatto, non posso negarlo, ma ti assicuro che non è la stragrande maggioranza delle cose che non sai. Quelle non le sai perché sei ignorante. Questa però è sia una brutta notizia sia una buona notizia. Brutta perché se sei un imbecille toglie ogni alibi alla tua imbecillità, buona perché se sei solo ignorante allora puoi colmare la tua ignoranza.

Riprendiamo il discorso. Continuando di questo passo una minoranza farà parte della società della conoscenza e la maggioranza farà parte della società che fa uso passivo degli strumenti della conoscenza, dei consumatori nella migliore delle ipotesi. Un segnale preoccupante di questo problema lo vediamo in paesi come gli Stati Uniti che a fronte di una produzione scientifica di tutto rispetto mostrano livelli di istruzione diffusa scandalosi con una nutrita fetta di popolazione che ancora pensa che l'evoluzione sia una favola blasfema. Lo vediamo in Italia con un tasso di analfabetismo funzionale che fa paura nonostante faccia parte del G7! Ha ragione da vendere Marc Augé quando dice “la sola utopia valida per i secoli a venire, le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate: l’utopia dell’istruzione per tutti, la cui realizzazione appare l’unica possibile via per frenare, se non invertire, il corso dell’utopia nera che oggi sembra in via di realizzazione: quella di una società mondiale ineguale, per la maggior parte ignorante, illetterata o analfabeta, condannata al consumo o all’esclusione, esposta ad ogni forma di proselitismo violento, di regressione ideologica e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario.”

La storia che ci raccontiamo, tempo fa si diceva narrazione oggi siamo passati allo storytelling, è quasi sempre il risultato di una focalizzazione. Consideriamo alcuni aspetti della realtà e ne tralasciamo altri. Non possiamo fare altrimenti, i nostri sensi sono evoluti per cogliere alcuni elementi di quanto ci circonda e tralasciarne altri. Di fatto siamo evoluti per cogliere stimoli compatibili o meno con la sopravvivenza, per andare incontro ai primi stimoli e evitare i secondi, ma le condizioni ambientali che interferiscono con la nostra vita sono cambiate in fretta e gli stimoli di oggi non sono gli stessi del paleolitico. Il problema mostra tutta la sua insidia quando il pensiero assume valenza totale, direi totalitaria, ignorando l'esistenza di quanto non prendiamo in considerazione. Invece quello che tralasciamo continua a esistere e quando ci andiamo a sbattere irrompe nel nostro panorama cognitivo. I cambiamenti climatici sono un drammatico esempio di fenomeni che avvengono a scale che sfuggono ai nostri sensi. Li abbiamo ignorati per decenni e adesso ci stiamo andando a sbattere.

Un'altra focalizzazione a mio avviso disastrosa è la convinzione che tutto sia frutto dell'ingegno e della tecnica. Non è un caso che la figura dell'ingegnere sia oggi ritenuta imprescindibile per risolvere qualunque problema della nostra epoca, ovviamente affiancata dall'opportuno economista per valutare la fattibilità economica della soluzione! Le discipline umanistiche, vero tessuto connettivo del nostro sviluppo, collettivo e individuale, sono snobbate quando non bandite. Ma c'è una vittima ancora più eccellente di questa distorsione tecnicista. Non tutto è il risultato di un progetto pianificato. La vita, come fenomeno biologico, non è il risultato di un progetto. La natura, la biodiversità, l'evoluzione sono un magnifico, inatteso e continuo miracolo di ordine e disordine. Abbiamo la convinzione di essere qui per un disegno preciso, per uno scopo scritto dall'origine dei tempi e l'idea che potremmo non essere qui per sempre, come specie intendo, non ci sfiora nemmeno. Pensiamo di imbrigliare l'imprevisto in categorie come la storia o la scienza, prendendoci libertà che farebbero drizzare i capelli a storici e scienziati. Tra il 1927 e il 1937 Antonio Gramsci appuntò in carcere quella che è una delle più grandi distorsioni cognitive della nostra epoca. "La scienza. Accanto alla più superficiale infatuazione per la scienza, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, che sono cose molto difficili e lo diventano sempre più per il progressivo specializzarsi di nuovi rami della conoscenza. Superstizione scientifica che porta con sé illusioni ridicole e concezioni più infantili ancora di quelle religiose. Nasce una specie di aspettazione del paese di Cuccagna, in cui le forze della natura, con quasi nessun intervento della fatica umana, daranno alla società in abbondanza il necessario per soddisfare i suoi bisogni. Contro questa infatuazione i cui pericoli ideologici sono evidenti (la superstiziosa fede nella forza dell’uomo porta paradossalmente a isterilire le basi di questa forza stessa), bisogna combattere con vari mezzi, di cui il più importante dovrebbe essere una maggiore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi.
Si aspetta «troppo» dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che di reale la scienza offre." (Quaderni del carcere).

Una superficiale infatuazione dice Gramsci. Oggi siamo tutti convinti di essere diretti discendenti di Prometeo e dimentichiamo di essere anche pronipoti di Epimeteo! E' necessario distinguere con accortezza tra ragione, scienza e tecnica e capire in che relazione sono tra loro e con il mercato, ultima trasfigurazione di ciò che è invisibile e immortale. Anche questa una distorsione cognitiva mica da poco! La visione neoliberista dell'economia, modello di organizzazione temporanea dell'umanità, diventa espressione razionale di una cosmologia stabilita ab aeterno senza alternative possibili. Una disciplina con forti valenze morali come l'economia assurge a legge fisica degli scambi commerciali e quello che vale in natura è trasferito nella morale dando compimento a una delle più perniciose fallacie del pensiero, la fallacia naturalistica che confonde descrizione e prescrizione. Ciò che è diventa ciò che deve essere. Nessuna differenza tra natura e cultura quindi, quello che avviene in natura vale anche per l'organizzazione sociale. Tutto bene? Certo, fatto salvo che non c'è niente di più "naturale" di epidemie, terremoti, carestie, predazione, ecc. ecc.

Insomma non è da escludere che la nostra organizzazione sociale sia frutto di colossali distorsioni cognitive che durano decenni! Dalla fine degli anni '70 ha preso piede la narrazione in cui lo Stato è diventato il problema anziché la soluzione. Continuiamo imperterriti con questa narrazione del tutto indifferenti all'evidenza dei fatti che dicono che da quando è così la disuguaglianza è cresciuta, il reddito e la ricchezza si è concentrata nelle mani di una minoranza sempre più esigua e il bacino dei diseredati è aumentato fino a formare una miscela esplosiva e incontrollabile. Guasto è il mondo, titolava Tony Judt uno dei suoi ultimi libri. Era il 2010, nel frattempo sono passati altri anni e non mi sembra di vedere segni di miglioramento.

Federico Caffè diceva: "Una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele." Questa affermazione fa riflettere sulla versione dei fatti che più ci piace credere o alla quale siamo indotti a credere. Oggi che ideali e utopie sono dati per morti, rimasti sul terreno insanguinato del '900, resta un'efficienza meccanica e fredda, fatta di macchine per macchine. Il fattore umano è un disturbo da smussare, adeguare, se necessario eliminare e sacrificare sull'altare della competitività e della produttività. Questa è la storia che ci raccontiamo oggi, una storia senza storia, avvolta in un presente eterno, senza futuro e senza passato. Oggi il futuro è senza storia e l'unico orizzonte è un indefinito incremento di competitività e produttività ignorando la natura asintotica di questi miti contemporanei, per non parlare dei limiti del pianeta che altrimenti il discorso si complicherebbe di più e a noi piace semplificare!

***

Questo discorso è partito da una giocosa presentazione delle distorsioni cognitive, poi mi sono lasciato portare da associazioni più o meno libere verso considerazioni la cui pertinenza con il punto di partenza ognuno valuterà. Prendendomi molte licenze ho utilizzato le distorsioni cognitive per leggere un frammento della nostra attualità. E' una lente molto personale quella attraverso cui ho deciso di guardare, non posso certo pretendere che mi fornisca un'immagine senza distorsioni!

Ma lasciate perdere le mie elucubrazioni. La cosa importante da ricordare è che Roy Cerqueti sabato 27 maggio dalle 18:00 farà una divertente presentazione delle distorsioni cognitive senza frantumarvi i cabasisi, anzi facendovi divertire. Un assaggio di quello che si dirà è contenuto nel primo post di questa serie.
E' un evento di raccolta fondi per sostenere la scuola Hands of Love di Nairobi. Il contributo per la serata è a offerta libera e tutti i contributi andranno a sostegno della scuola.
La presentazione sarà a Monterotondo, nella galleria Grafica Campioli di Anna Chiara Anselmi. La galleria è nel centro storico di Monterotondo, adiacente a Palazzo Orsini (ora Palazzo Comunale) in Via Vincenzo Bellini, 46, a soli 25 chilometri da Roma.
Al termine della presentazione offriremo un piccolo rinfresco per continuare a stare insieme sotto le stelle nel chiostro della galleria.
E' possibile avere fino a 40 partecipanti. Prenotate con una mail a direttamenteonlus@gmail.com
Per altre informazioni leggete il sito Direttamente Onlus o la pagina facebook.

mercoledì 3 maggio 2017

Note(6)

Da alcuni anni il cosiddetto occidente è ‘impegnato’ in una serie di ‘guerre preventive’ cominciate nell’intento di ‘esportare la democrazia’ per assicurare ai popoli afgani e irakeni una ‘libertà duratura’, queste alte(rate) manifestazioni dello spirito hanno preso le mosse da una serie di “spiritose invenzioni”[1] di G.W. Bush e T. Blair cui hanno allegramente partecipato i governi di mezzo mondo, Italia compresa con altre nobili bugie di platoniana memoria. Naturalmente gli USA, unica superpotenza superstite dopo la fine della guerra fredda, ha assunto la guida del sacro vessillo della libertà per esportare la democrazia altrove (modificare il costo del petrolio pare sia ancora impopolare come motivo per dichiarare guerra). Si pensa agli USA come alla più grande democrazia del mondo e c’è da chiedersi se anche questa non sia una spiritosa invenzione.
L’Atene di Clistene ci ha insegnato il valore della democrazia, l’America di Bush ci ha insegnato il suo prezzo. Secondo Hegel, nel caso dei greci “la schiavitù era la condizione necessaria di una simile bella democrazia”[2]. Oggi che l’uomo è stato finalmente “pensato come universale”, l’astrazione ideale ha estinto ogni concreta identità e la schiavitù è abolita, abbiamo le condizioni per la bella democrazia americana, emancipati dal dolore della carne e compiaciuti della moderna consapevolezza che le idee non sanguinano.


[1] Così Carlo Goldoni chiamava le bugie di Lelio, figlio di Pantalone, nella commedia “Il bugiardo”.
[2] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia. La Nuova Italia, 1966. Cit. da Salvatore Natoli, La salvezza senza fede. Feltrinelli, 2007, p. 126.

giovedì 27 aprile 2017

L'ideologia delle ghiande

Q9 §131. Passato e presente. L’attuale generazione ha una strana forma di autocoscienza ed esercita su di sé una strana forma di autocritica. Ha la coscienza di essere una generazione di transizione, o meglio ancora, crede di sé di essere qualcosa come una donna incinta: crede di stare per partorire e aspetta che nasca un grande figliolo. Si legge spesso che «si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume». Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale. Questo modo di pensare, ricorrendo a immagini mitiche prese dallo sviluppo storico passato è dei più curiosi e interessanti per comprendere il presente, la sua vuotezza, la sua disoccupazione intellettuale e morale. Si tratta di una forma di «senno del poi» delle più strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche, storicistiche e dialettiche ecc., il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico. Si potrebbe porre così la quistione: ogni «ghianda» può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi «gravide» di querce. Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)
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