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venerdì 29 maggio 2009

Pubblico e privato

Ieri sera su Rete4 è stato trasmesso Gli intoccabili, il bel film di Brian De Palma del 1987. E' la storia di Al Capone e del gruppo di agenti federali che riuscì ad inchiodarlo per evasione fiscale. Mentre guardavo il film ho pensato ai possibili retroscena privati della vita del famoso gangster che ovviamente il film non prendeva in considerazione. Una scena in particolare mi ha fatto pensare a quei retroscena. E' quando l'agente Ness, preso dalla collera perché uno dei suoi collaboratori è stato appena ucciso dagli uomini del gangster, affronta Capone mentre sta scendendo da una scalinata circondato dai suoi accoliti. L'agente lo insulta e Capone si infuria dicendo "Come ti permetti di parlami così davanti a mio figlio?".
Ho pensato che nonostante la sua attività, diciamo così, pubblica Al Capone dovesse essere particolarmente affettuoso con con suo figlio. Data la sua origine italiana doveva essere particolarmente legato alla sua famiglia, e in effetti aveva un concetto abbastanza ampio di famiglia, purché fosse la sua. Potremmo infatti obiettare che le sue attenzioni fossero indirizzate solo alla sua famiglia e non certamente ad una idea di Stato ma comunque di un fatto possiamo essere ragionevolmente certi, Al Capone doveva essere un padre amorevole e suo figlio doveva essere sicuramente fiero di lui. Un uomo potente, rispettato, temuto e certamente il figlio non poteva essere dello stesso avviso di quanti lo considerassero un malfattore. Ciononostante dubito che molta gente farebbe educare i propri figli da un padre così, se non altro perché non si tratterebbe dei figli di Capone!

giovedì 28 maggio 2009

Nuove tecnologie, vecchia maleducazione

Puoi avere tutta la nuova tecnologia della comunicazione che vuoi ma i tuoi contenuti comunicativi quali progressi hanno fatto? Di che pasta sono fatti? La stessa di millenni fa! Hai un nuovo cellulare, ops! un blackberry ma non sarà lui a farti essere una persona migliore.

PS giugno 2014 - Qui c'era un video della deputata Ravetto che durante la trasmissione Ballarò viene esortata da Floris a non inviare sms con il suo cellulare perché crea problemi alle telecamereche e lei risponde "Non è un cellulare, è un blackberry". Il video è stato cancellato da youtube per ragioni di copyright, dicono.

Un celebre slogan pubblicitario ti affascina dicendoti che è tutto intorno a te. Se è così, tu sei al centro dell’attenzione e questo soddisfa il tuo narcisismo, ma ogni centro è, per definizione, immoto e stabilisce relazioni asimmetriche con ciò che lo circonda. Il sole è al centro del suo sistema gravitazionale per via della sua maggiore massa rispetto ai pianeti che gli girano intorno, il problema è se tu sei davvero assimilabile alle stelle!

mercoledì 27 maggio 2009

Quanti regni ci ignorano!


Le nostre percezioni ci informano delle variazioni dell’ambiente che ci circonda. Le viviamo come un riflesso della realtà esterna e le consideriamo dotate di proprietà di integrità e totalità che di fatto non hanno. In presenza di un caminetto dove arde la legna sentiamo caldo, viviamo un esperienza unica, la sentiamo intera, ma i tre canali di informazione (visivo del caminetto, uditivo del crepitio della legna e tattile del caldo) viaggiano su vie sensoriali differenti e senza una opportuna integrazione del nostro sistema cognitivo non saremmo in grado di considerare i tre eventi associati tra loro come un evento unico. In ogni caso non siamo naturalmente dotati della visione infrarossa che ci farà ignorare un rilevante aspetto di quel contesto, non ascolteremo gli infrasuoni emessi durante la combustione della legna né sentiremo la variazione di pressione che l’aria rarefatta dal calore esercita sul nostro corpo. Eppure ci sono organismi che hanno quelle percezioni, vivono di quelle percezioni che noi ignoriamo nella nostra vita quotidiana, e che possiamo conoscere solo con l’ausilio di una idonea strumentazione.

giovedì 21 maggio 2009

Sacro e profano

Con settimane di anticipo, a volte qualche mese, si cominciano a cercare i fiori giusti, quelli con il colore più adatto allo scopo. Essenze che crescono naturalmente e essenze coltivate. Se ne raccolgono decine di varietà, dai colori più diversi. E' stata considerata ogni più sottile sfumatura di rosso, giallo, verde, arancione e tutti i colori che si possono immaginare. Tutto viene dalla terra che dona naturalmente quella profusione di colori o che pazientemente è stata preparata perché quei fiori crescessero con i colori più vividi. Decine di serre sono state dedicate a far crescere una quantità enorme di fiori.

I fiori vengono selezionati e conservati con cura perché siano pronti quando sarà il momento, perché non perdano la loro morbidezza e il loro colore non si affievolisca. Ormai manca poco perché la grande raccolta è fatta in prossimità del momento atteso.

Ogni singolo balcone è adornato con piante e fiori in una gara di bellezza che impreziosisce ancor più questo piccolo borgo medioevale. Quando mancano due o tre giorni i petali dei fiori che sono stati raccolti vengono selezionati e separati con gesti lenti. E' venerdì sera e nelle cantine, per strada, nei viottoli e in ogni casa è un brulicare di attività di mani sapienti. Tutto il paese partecipa al rito della preparazione di un evento straordinario. Per le stradine strette tra le mura medioevali giovani e anziani sono all'opera, alcuni bambini guardano, molti danno una mano sotto l'occhio vigile di chi è più esperto. Con le forbici le diverse foglie e i petali dei fiori vengono tagliati in piccolissimi frammenti, ogni tonalità di colore sarà separata in cassette numerate che verranno conservate al fresco.

Lungo la strada principale del paese, leggermente in salita verso le mura del castello locale, gli uomini cominciano a preparare il lastricato, lo puliscono, lo lavano, prendono le misure. Lungo il percorso di un paio di chilometri montano i tendoni che copriranno la strada da un lato all'altro. La notte di sabato può essere ventosa e nessuno assicura che non pioverà per cui bisogna proteggere la strada da questo rischio. I tendoni sono montati, vengono installate le illuminazioni che faranno luce durante la notte.

E' sabato pomeriggio, per strada, sotto i tendoni l'attività si fa frenetica, dopo aver bagnato il pavimento si stendono le tele di carta disegnate. Ogni area nel disegno è numerata, sono decine di tele che coprono tutto il tragitto della strada principale, alcune sono gigantesche, superano i dieci metri di lunghezza per cinque metri di larghezza. I temi sono religiosi, ai tratti geometrici di alcune fa da contrappunto la morbidezza del disegno di altre. Si vedono le immagini dei pittori rinascimentali, qui il Pinturicchio è di casa e i suoi temi si incontrano facilmente nelle tele e in qualche caso ci sono delle riproduzioni dei suoi dipinti.

Quando il sole è ormai prossimo al tramonto e l'aria diventa fresca vengono portate sotto ogni tendone centinaia di scatole numerate, contengono i petali e le foglie tagliuzzate la sera prima. Decine di persone sotto ciascun tendone riempiranno le aree numerate della tela con il colore corrispondente. E' un lavoro certosino, rigorosamente manuale, alcuni lavorano con le pinzette. Si procede di centimetro in centimetro con la lentezza più solenne, eppure su quei disegni qualcuno litiga per il colore giusto, qualche bestemmia scappa ma quando le mani si posano su quelle tele per disporre i petali tutto rallenta. Gesti lenti seguono i contorni delle figure, le foglie e i petali dei fiori sono diventati in molti casi una polvere che viene distribuita come il sale, con lo stesso movimento attento a non metterne troppo dove non serve o troppo poco dove deve esserci. Il lavoro durerà per tutta la notte sotto la luce artificiale che è stata montata nei tendoni, e dovrà essere terminato per la mattina presto. Sembra incredibile che si possa riuscire a portare a termine questo lavoro titanico eppure la gente che ci lavora sa che dovrà farcela prima che la mattina una commissione di giudici cominci il giro per valutare la qualità delle opere e assegni i premi alle varie squadre. Sì, perché sotto ogni tendone si fa un lavoro di squadra e in tutto il paese ci sono decine di squadre, ognuna con la sua opera originale preparata con molto anticipo e segretamente custodita fino a quella sera. Il premio è ambito, ognuno spera di vincerlo, ma la sua importanza non è nel valore economico, è poco più che una cifra simbolica e non ripagherebbe nemmeno un terzo dei fiori usati da ciascuna squadra.

La mattina presto all'alba qualche opera è già completa, per altre continua la febbrile corsa per terminare il lavoro. Si cominciano a smontare i tendoni, restano le pesanti impalcature che dovranno essere rimosse da decine di uomini. Le impalcature dovranno essere sollevate perché non tocchino le opere che hanno protetto fino a quel momento, durante la rimozione lo sforzo è enorme e la delicatezza che l'operazione richiede porta i nervi alle stelle, qualche santo viene chiamato in terra e la cosa suona particolarmente blasfema in questa domenica del Corpus Domini ma la gente tutta intorno capisce benissimo la tensione e non si notano sguardi di rimprovero verso chi si è fatto scappare una bestemmia. Una volta tolte tutte le impalcature si scopre il miracolo che si è compiuto durante la notte fino agli ultimi minuti di questa mattina. Sulla strada principale del paese, lungo un percorso di due chilometri si stende un tappeto di opere ricamate con i frammenti di petali e di foglie. Opere meravigliose, l'occhio viene trascinato in un turbine vertiginoso di tratti di raffinatissima complessità. Nulla è concesso alla banalità, c'è la ricerca del tratto più elegante, la resa del chiaro-scuro più delicato, i rilievi delle figure che sembrano emergere dalla superficie. Ogni squadra ha il suo tratto di originalità e anche le squadre più giovani non lasciano nulla al caso. La commissione passerà in fretta, guarderanno le opere, faranno decine di foto, annoteranno le loro valutazioni, ma la commissione deve sbrigarsi, perché queste opere attendevano loro ma non è per loro che sono state fatte. Tra qualche minuto uscirà dalla chiesa la processione in onore del Corpus Domini.

La processione ha il vescovo in testa e la gente al suo seguito. La processione passerà per la via principale e camminerà lentamente su quel tappeto di opere meravigliose distruggendolo completamente, ogni traccia di quei preziosi disegni verrà cancellata al passaggio della processione.

Dopo la fatica per realizzarle quelle opere sono state lì sulla strada, una volta completate, per non più di un'ora o due. E se non ci si alza presto la mattina, molto presto, di tutta quella meraviglia si rischia di vedere solo un lunghissimo tappeto di petali tritati sparsi sulla strada principale del paese, un mucchio di polvere colorata informe e senza alcun significato.

***

Tutto questo accade ogni anno a Spello, un bellissimo paesino medioevale dell'Umbria, in occasione del Corpus Domini. Io e Vito ci siamo stati l'anno scorso, non sapevamo nulla dell'infiorata di Spello. Volevamo vedere la Cappella Baglioni del Pinturicchio ma abbiamo avuto la fortuna di assistere anche a questo evento meraviglioso. E' stata una vera fortuna trovare posto in agriturismo perché in quest'occasione il paese si riempie di gente che viene da tutte le parti d'Italia e che prenota con qualche anticipo un posto per dormire.


La distruzione di quelle opere così belle può lasciare sconcertati eppure si tratta di un rito magnifico dove la distruzione dell'opera è parte integrante e significativa della cerimonia stessa, senza quella distruzione mancherebbe l'atto sacrificale (che rende sacro, che assegna al sacro). Quello che avviene a Spello è un vero e proprio potlatch, dove la ricerca del prestigio e del riconoscimento collettivo si intreccia ineluttabilmente con la distruzione dell'opera realizzata. Ed è proprio quella distruzione che consegna l'opera al sacro.


Io non leggo questo evento in termini religiosi come molti elementi potrebbero far pensare, la festa del Corpus Domini, la processione, i temi religiosi delle opere. Ci sono troppi elementi che non si adeguano a una simile lettura, sebbene non la escludano, la ricerca del prestigio per il proprio gruppo, la serrata competizione tra le squadre e non ultimo qualche accorata bestemmia. L'esigenza di partecipazione a un avvenimento collettivo, il bisogno di sacrificare quelle opere, quella corale affermazione della propria esistenza che si leva nella creazione delle opere e che continua e si conclude nella loro distruzione si prestano a altre letture che potrebbero precedere quella esclusivamente religiosa che a questo punto ne deriverebbe. Sono convinto che il significato di questo evento vada ricercato altrove, forse lì troveremmo anche la fonte del sentimento religioso.
Se la lettura di questa manifestazione fosse solo di ordine religioso, che si consuma nel rapporto Uomo-Dio, diventerebbe più difficile capire il bisogno di riconoscimento collettivo tra uomo e uomo che si manifesta nella gara e che precede e condiziona il sacrificio al divino. Bisogno che non è marginale ma costitutivo dell'infiorata di Spello.

Le opere sono sacrificate al divino ma prima ancora il sacrificio si consuma tra le persone che partecipano a quell'esperienza, nell'inderogabile esigenza di affermare la loro esistenza, nella cura per ogni minimo dettaglio e nella resa di fronte a un'opera che non può durare ma che mentre si realizza fornisce l'indubitabile certezza della propria e dell'altrui esistenza. Il valore non è nelle opere realizzate ma nella partecipazione alla loro realizzazione.
Umberto Eco, nel Pendolo di Foucault, scrive «C'era un tale, forse Rubinstein, che quando gli avevano chiesto se credeva in Dio aveva risposto: "Oh no, io credo... in qualcosa di molto più grande..." Ma c'era un altro (forse Chesterton?) che aveva detto: da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più a nulla, credono a tutto.»

Ad ogni modo leggetela come vi pare ma vi consiglio caldamente di vivere questo evento a Spello. La prossima infiorata sarà il 13 e 14 giugno. Potete dargli il significato che volete ma sarà sicuramente un'esperienza indimenticabile.

mercoledì 20 maggio 2009

La forza mite

Centinaia di uomini armati, stretti nelle loro divise militari, addestrati ad ogni pericolo, pronti ad affrontare ogni circostanza, temono questa donna. Una donna così esile. Lei sa che non potrebbe fare male ad un fiore, eppure quegli uomini la temono.

Lei li guarda, come in un quadro di Vermeer. Vede quegli uomini che hanno bisogno di saperla prigioniera
per sentirsi al sicuro nelle loro divise, con le loro armi, sicuri della loro preparazione militare.
Vede centinaia di uomini prigionieri della paura. Sa che è stata lei ad imprigionarli, senza privarli per un solo giorno della convinzione di essere liberi. Una donna senza armi, senza divisa, senza alcuna preparazione militare.

***
Aung San Suu Kyi è prigioniera di carcerieri che temono la sua forza. Una forza mite, che non ha bisogno della sopraffazione per manifestarsi. Quegli uomini saranno sempre più deboli di lei. Lei lo sa, loro no.
Attende pazientemente che lo capiscano. Attende pazientemente che tutti noi lo capiamo.

lunedì 18 maggio 2009

Il regno di Cupido e di Dioniso

«Per Martin è un giorno come tutti gli altri. Come al solito si è alzato prima di sua moglie, si è messo davanti allo specchio e si è fatto la barba. Lo ha fatto accuratamente, senza trascurare la minima parte del viso. Poi, come ogni mattina, ha mangiato le sue uova, senza lasciarne neanche una briciola. E ha guardato il notiziario alla televisione. Il mondo per Martin è semplice, come può esserlo per ciascuno di noi. Ma quando sua moglie alza gli occhi verso di lui vede tutt'altra cosa: vede un uomo che ha la metà destra del viso perfettamente rasata, mentre l'altra metà è ispida, trascurata. E Martin ha mangiato solo le uova che si trovavano nella parte destra del piatto, mentre quelle a sinistra sono rimaste intatte.» Dal sito di Le Scienze.

sabato 16 maggio 2009

Perdóno per Paletta!

Un paio di giorni fa il Presidente della Repubblica ha dichiarato all'assemblea annuale delle Fondazioni europee «Si diffonde una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza e xenofobia». Il signor B. fa sapere che non si riferisce a lui. Che tipo! si sente così al centro dell'attenzione che crede che ce l'abbiano con lui anche quando non è così.

E' il momento di uscire allo scoperto! Chiedo perdono per averci messo due giorni ma la faccenda è delicata, rischia di aprire l'ennesimo scontro istituzionale e non posso più tacere.

Ebbene sì, il Capo dello Stato si riferiva me.

Rivelo i fatti. Durante un'amichevole partita a briscola in cui io e il Presidente giocavamo in coppia contro altri due giocatori non mi sono accorto che dovevo tenere l'asso in mano e riservarlo per un lancio successivo, così, preso dalla mia foga giovanile ho perso l'asso e mi sono fatto sfuggire un "Porca paletta!". Il Presidente si è subito rabbuiato in volto e mi ha fatto sapere di aver da poco ricevuto un appello dall'isola di Paletta nell'arcipelago delle Utopie, lì la gente versa in condizioni disperate e chiede sostegno al nostro paese. Nell'imbarazzo ho spiegato che la mia esclamazione non si riferiva agli abitanti di Paletta ma giustamente il Presidente mi ha richiamato ad un linguaggio più attento e meno disinvolto. Sinceramente pensavo che la cosa finisse lì ma il Capo dello Stato ha ritenuto opportuno richiamare la mia scellerata esclamazione in un consesso pubblico perché fosse di esempio per tutto il paese. Il Presidente non si è riferito direttamente a me perché è un signore molto educato, purtroppo però la sua discrezione ha fatto pensare che la dichiarazione si riferisse al governo.

Spero che questo chiarimento, doveroso ma che mi è costato fatica, porti serenità nel governo che ha così tante campagne pubblicitarie da organizzare e soprattutto rassicuri il Signor B. che adesso è tanto impegnato a ricostruire la sua immagine di bel giovanottone rampante sulle riviste più impegnate del paese.


Devo ammetterlo! E' meglio di una vignetta di Vauro.

giovedì 14 maggio 2009

Il mio papi è più ricco del tuo!

Una nota di Palazzo Chigi fa sapere che La Repubblica sta conducendo una campagna denigratoria nei confronti del premier dettata da invidia e odio. Questa è davvero carina, dà una chiara idea della dimensione psicologica dello staff del Presidente, o almeno quella dell'affettuoso animale domestico che ha redatto la nota! La dimensione psicologica del destinatario dell'invidia è già tristemente nota.
Fa venire in mente quei battibecchi tra bambini dove, in un gioco di rimpalli, il padre di ciascuno è più importante di quello dell'altro. Sono giochi innocenti, di bambini, sebbene a mio avviso già rivelano il futuro imbecille che da grande potrebbe persino arrivare a fare il Presidente del Consiglio o, se non ha fortuna, un cortigiano fedele.

Mi sembra di sentire ancora uno di quegli scambi concitati, tutto giocato sull'evocazione del sentimento di invidia nel compagno di giochi. Tuttavia da grande ho perso quell'innocenza che avevo da bambino e il mio ricordo di quei battibecchi è sicuramente falsato. Sarà anche colpa dell'irriverenza del Signor G.:

- Il mio papà ha tante automobili e ne compra sempre di nuove.
- Il mio papà ne ha solo una e gli basta.
- Il mio papà è sempre circondato da donne.
- Il mio papà non ha bisogno di frequentare ragazzine per sentirsi sempre giovane.
- Il mio papà conosce un sacco di gente importante e tutti gli obbediscono.
- Il mio papà ha una sana struttura psichica e non ama circondarsi di mentecatti.
- Il mio papà può comprarsi tutto quello che vuole.
- Il mio papà non è ricco e mi ha insegnato che le cose più importanti non si comprano.
- Tu invidi il mio papà.
- No, ma compatisco te per avere avuto un padre come il tuo.

Visto che siamo in tema di letture psicologiche mi sovviene una pubblicità che un mio amico disegnatore mi ha detto che girava in Francia qualche tempo fa.
La pubblicità riguardava un'auto di piccola cilindrata. La scena si apre con un fermo immagine sull'auto in questione. L'immagine sfuma, siamo in un ampio parcheggio di una clinica privata. Nei parcheggi riservati ai pazienti della clinica arrivano auto enormi: 4x4, Land Rover, Mercedes e Jaguar lussuosissime e infine Ferrari e Lamborghini. Dopo qualche secondo arriva l'auto che viene pubblicizzata, si dirige al parcheggio riservato al primario della clinica. Il dottore scende dall'auto, dà un'occhiata alle auto dei suoi pazienti e sospira profondamente guardando la discreta targa all'ingresso della sua clinica:
La chirurgie esthétique. Spécialisé pour l'allongement du pénis.


giovedì 7 maggio 2009

E' tempo di bilanci

Questo è il 50° post di questo blog!
L'ho aperto per gioco il 23 gennaio di quest'anno. Ci sono 4 post con data precedente alla sua apertura ma li ho inseriti perchè era vuoto e non sapevo cosa scriverci in quel momento.
Dopo circa 3 mesi ho due lettori fissi, Marina e Riccardo (che ringrazio per l'apprezzamento), ci sono 5 commenti, 4 dei miei lettori, il 5° è mio. C'è mia zia Matilde che vorrebbe registrarsi come lettrice fissa ma non sa come fare. Sicuramente ho altri due lettori, Vito e Franco, che però non mi danno soddisfazione e dicono sempre di non avere tempo da perdere dietro le mie elucubrazioni. Inoltre, ho avuto alcuni riscontri da altri amici che di tanto in tanto gli hanno dato un'occhiata.
Un successone! Facendo una prudente proiezione tra 62.500 anni i lettori assidui saranno mezzo milione e quelli sporadici diverse centinaia di migliaia. Sarà allora che tutti insieme faremo sentire la nostra voce e finalmente metteremo in discussione il potere di Berlusconi.

martedì 5 maggio 2009

Il re sobrio e l’etica del boudoir

L'Avvenire fa sentire la sua autorevole voce sui temi etici che questi giorni impegnano il dibattito della politichetta.

"Non ci è piaciuto quel clima da scambio di 'favorini' veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque, prima o poi arriva il momento del conto. [...] La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti: non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese".

Ho letto l'editoriale dell'Avvenire con molto interesse e l'ho trovato condivisibile dalla prima all'ultima parola. Anche il mio grillo parlante l'ha letto e quando ha finito di leggerlo mi ha raccontato questa storia:
"In un paese molto lontano qualche tempo fa ho visto un re che aveva insegnato ai suoi sudditi che tutto ciò che desiderano nella loro vita era vedere trasmissioni divertenti in televisione. Trasmissioni che non facessero pensare troppo e che distraessero dai problemi della vita. Il re diceva a tutti che prima o poi sarebbero stati ricchi come lui e le folle lo applaudivano compiacenti. Il re aveva un folto seguito e tutti erano convinti che con lui al potere sarebbero stati felici. Il re non si curava della collettività e quando fu al massimo del suo consenso oltraggiava i fondamenti della vita sociale e ignorava le regole del buon governo, ingiuriava i suoi oppositori e faceva scempio dell’azione legislativa per volgerla al suo personale interesse. Il re giocava con le parole, raccontava barzellette e menzogne e tutti erano contenti. Il re non temeva rovesciamenti perché aveva tra i suoi alleati i sacerdoti del tempio che, al sicuro tra promesse e sorrisi, rinunciavano alla loro memoria più antica in nome di favori e finanziamenti. Il re incontrava i sacerdoti del tempio, abbracciava il loro capo ed assicurava al tempio il primato desiderato. Il re prometteva che non avrebbe messo le mani nelle tasche del suo popolo anche se, con il favore dei sacerdoti del tempio, non esitava a mettere a forza un sondino nel naso di quanti non potevano accettare la devastazione della propria persona.
Il re regnava incontrastato nella terra dell’etica pubblica dove i fiori stentavano a crescere perché il suolo era stato contaminato dalle sue sementi avvelenate.
Ma un giorno il re superò il limite invalicabile, entrò nel regno del privato con la stessa alterigia con cui cavalcava dissennatamente nel regno del pubblico. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. I sacerdoti del tempio non perdonarono tanta tracotanza. Il re non aveva capito che poteva continuare a fare strage in quel territorio che aveva già conquistato ma non doveva toccare il territorio del privato. Quel territorio tra l'altro non era più così vasto come un tempo perchè ormai i sacerdoti del tempio ne rivendicavano solo le zone confinanti con le camere da letto. Il discrimine etico era diventato così facile da riconoscere che il re non avrebbe mai dovuto varcarlo.
Fu così che l’etica delle mutande fece dire ai sacerdoti del tempio che il re era empio."

Il mio grillo mi ha poi spiegato di apprezzare molto il richiamo alla sobrietà del re ma non riesce proprio a togliersi dalla testa l'idea che l'indignazione, come una sorta di meccanismo a molla, scatti solo quando si evoca una camera da letto!
Se l’immoralità della filosofia del boudoir del divino marchese meritava una smentita, quale migliore terreno dell’etica del boudoir?

venerdì 1 maggio 2009

Guarda bene...

Guarda bene! In mezzo a quella folla dovresti esserci anche tu.

Pellizza da Volpedo, Quarto Stato, 1901.

Non facciamoci ingannare dagli abiti nuovi che indossiamo. Se non riusciamo a scorgerci in quella folla allora cerchiamo i nostri genitori, se non loro i nostri nonni, se guardiamo bene potremmo vedere anche i nostri figli o i figli di persone a noi care.
In quella folla ci sono i migranti, i precari, i disoccupati, c'è chi desidera una vita degna di essere vissuta senza oppressioni. Alcuni avranno cambiato vesti, indosseranno abiti eleganti per appuntamenti importanti, altri continueranno a vestire abiti lisi, molti non avranno altro che la loro pelle ma tutti ci faranno sentire il rumore dei loro passi.
Chi ha dimenticato quella folla parlerà del sacrosanto diritto alla sicurezza rovesciandone i termini. Quando ero bambino, e anche adesso, mi sentivo sicuro perché intorno avevo gente che mi amava, non è mai accaduto né mai accadrà il rovescio. I discorsi rovesciati della sicurezza sono ingannevoli perché ci rendono prigionieri nelle nostre case, perché soffocano una voce che da dentro ci dice che eravamo con quella folla, che possiamo tornare con loro, che in fondo stiamo ancora camminando con loro. Una voce che riempie di paura chi non vuole più vedersi in quella folla, chi si è impegnato perché tutto questo fosse messo in un angolo del passato che non ha più alcuna voglia di visitare.
Eppure se proviamo a mettere da parte quella folla, a dimenticarla, quella folla tornerà. Che lo si voglia o no, quella gente tornerà e noi torneremo con loro.
Se non sapremo scorgerci in mezzo a quella folla allora ci sentiremo sempre insicuri. Non possiamo chiudere le orecchie al rumore di quei passi perché quel rumore viene dalla nostra mente, e non ci sarà alcuna legge che potrà metterci al riparo da quella voce.
Se non sapremo vederci in uno di quei volti allora non ci sarà voce che possa raggiungerci perché avremo reciso la voce che ci è più vicina.

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